Siamo abituati a trovare qualsiasi prodotto durante tutto l’anno, spesso a prezzi contenuti. Questa disponibilità può però creare l’illusione che il cibo sia inesauribile e che il suo valore coincida con il prezzo esposto sullo scaffale. In realtà, dietro ogni alimento c'è un lungo processo: ci sono acqua, suolo, energia, lavoro, trasporti e condizioni meteorologiche favorevoli.
L’estate 2026 in Veneto ha reso evidente questa interdipendenza. È stata la più calda mai registrata dalla rete Arpav, con una temperatura media di 23,5 °C: 2,8 °C oltre la media climatica 1991-2020. Caldo e siccità hanno ridotto le rese agricole e peggiorato, in alcuni casi, la qualità dei prodotti. Le stime regionali indicano danni superiori a 400 milioni di euro, con perdite fino al 50% per il mais, al 40% per la soia e al 20% per ortaggi e frutta.
Il problema non riguarda soltanto gli agricoltori. Meno prodotto disponibile significa costi più elevati per irrigazione, energia, selezione e conservazione. Una parte di queste spese viene trasferita lungo la filiera, fino al consumatore. Pretendere prezzi sempre bassi significa spesso non vedere i costi ambientali e sociali di produzioni intensive, filiere molto lunghe o lavoro sottopagato.
Il prezzo nascosto della disponibilità
Un esempio significativo è il Mar de Plástico di Almería, in Andalusia: una vastissima area di serre di polietilene visibile anche dallo spazio, con oltre 30.000 ettari coltivati e una produzione annua di circa 3,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura destinata ai mercati europei. Pomodori, peperoni, cetrioli, zucchine e meloni arrivano così nei supermercati in tutte le stagioni.
Questo sistema garantisce quantità elevate e prezzi competitivi, ma il suo costo reale non sempre appare sullo scontrino. Nelle serre lavorano persone migranti che denunciano salari molto bassi, temperature estreme, condizioni difficili e precarietà abitativa. Sono stati riportati, dalle poche realtà che hanno il coraggio di denunciare la grave situazione, lavoro al di sotto del salario minimo e alloggi privi di servizi essenziali.
“Serre solo serre”, si legge nell’articolo dalla giornalista Stéphane Mandard su Le Monde, “Una marea bianca che divora la costa, inghiotte le città e inesorabilmente rosicchia la montagna. Un mare di plastica che si estende sul Mediterraneo e lungo tutta la provincia di Almeria inondando supermercati con fragole e pomodori. Rotondi, a grappolo, ciliegini o datterini… i pomodori spagnoli colonizzano anche gli scaffali dedicati al bio delle catene di supermercati; nei punti vendita di Carrefour, Auchan, Leclerc, Lidl, Monoprix, Franprix è possibile trovare tutto l’anno confezioni di pomodorini iberici bio nelle loro confezioni rigorosamente di plastica”.
Si tratta di
capire che la disponibilità continua di cibo fresco non è naturale né gratuita:
dipende da un sistema produttivo complesso, intensivo e vulnerabile. Al
supermercato dovremmo chiederci non soltanto perché un pomodoro costi poco, ma
anche quanta acqua, energia, plastica e lavoro siano stati necessari per
produrlo.
Dovremmo domandarci chi, e che cosa, ha pagato il prezzo che noi non vediamo.