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Progetto Ecotipi: cosa è stato fatto e cosa faremo

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Il progetto vuole valorizzare alcuni tipi di piante, sopratutto locali, attraverso il recupero e la selezione di alcune varietà di specie orticole, “ecotipi” (varietà di una volta selezionate dagli agricoltori), che sono state scalzate dalla produzione, dalla logica dell’omologazione e dall’omogeneità delle produzioni.

Il progetto intende, attraverso la conservazione e replicazione del materiale genetico di queste piante, rendere gli agricoltori proprietari delle sementi che coltivano, rendere disponibili queste sementi per tutti, e, adattando al luogo e all’ambiente le varietà coltivate, migliorarne le proprietà organolettiche e la qualità produttiva, per riscoprire sapori particolari legati al territorio e alla coltivazione. Questo si fa Individuando delle piante madri da lasciare andare a seme per raccoglierlo e seminarlo in futuro.

Le prime orticole individuate sono state il broccolo padovano (di tre tipologie diverse) e il radicchio di Castelfranco (quattro varietà).

La tappa iniziale del progetto è stata la visitaal C.R.A., Consiglio per la ricerca e sperimentazione in agricoltura, di Monsanpolo del Tronto (AP) dove si è conosciuto e coinvolto nel progetto il dott. Nazzareno Acciarri, genetista del centro.

Il dott. Acciarri, per mestiere, ha facilitato la scelta delle sementi e, avendo l’occhio allenato nell’osservare i caratteri particolari delle piante da selezionare per produrre seme, ha istruito al “cosa” guardare. L’individuazione delle piante madri infatti non è facile, trovare i parametri giusti di bellezza, forma e sapore, e non ultime produttività, sanità e resistenza al freddo e alle malattie è possibile solo attraverso il continuo confronto tra produttori, il riscontro dei consumatori e il prezioso aiuto del genetista.

I seguenti due incontri a maggio con i produttori coinvolti nel progetto hanno avuto quindi lo scopo di chairire i vari passaggi del processo di selezione (individuare le varietà orticole da selezionare).

A fianco alle orticole scelte per il progetto si sono volute anche osservare altre varietà di: cavolfiore Toscana, due tipologie di cavolfiore verde di Macerata, cavolfiore Jesino e Romanesco, due di broccolo Veronese (Precoce e Tardivo), una di broccolo Fiolaro di Creazzo, due di broccolo di Bassano (medio e tardivo) e il finocchio Monte Bianco.

Per il broccolo si sono usate le varietà tradizionali già coltivate dai produttori o da altri agricoltori – recuperate, con un approfondito e paziente lavoro di ricerca, dal coordinatore del progetto Andera Giubilato – mentre per il cavolo sono state utilizzate sementi provenienti dal centro di conservazione di Monsanpolo.

Si è deciso di coltivarli in aperta campagna, in ambiente pedecollinare, e in Bassa padovana. Gli agricoltori coinvolti sono Michele Borgato, Sara Tognato (Caresà), Elia e Severino Bozzolan (Podere Clara), Elisa Nicolè (Fuori di campo), Franco Zecchinato (Il Biancospino), Giuseppe Bregolato e Andrea Giubilato. Importanti in questa scelta la diversità delle aree di coltivazione, delle esperienze lavorative e la possibilità per alcuni di questi di avere un contatto diretto con il consumatore (e così un feedback immediato).

In seguito queste sementi sono state messe a dimora in vivaio biologico (27 giugno i cavoli e 17 luglio i broccoli). Dopo 5 settimane circa le piantine erano pronte per il trapianto. Da inizio a fine agosto le piante sono state messe in campo (compatibilmente con le condizioni climatiche!).

Un primo passaggio nelle aziende tra settembre e ottobre è servito a raccogliere informazioni sull’andamento della coltivazione e sulle caratteristiche fenotipiche delle piante (ossia il modo di esprimersi: foglie, colore, forma, portamento, altezza, grado di uniformità tra le piante, patologie, fisiopatie – rispetto anche agli eventi climatici, quest’anno particolarmente importanti -).

Il progetto è stato presentato al pubblico in occasione del convegno organizzato dalla Cooperativa “La grazia del fare”, con ospite d’eccellenza Vandana Shiva.

Giovedì 27 novembre, alla presenza del dott. Acciarri, si è fatto una visita per alcuni di questi campi per una seconda verifica sullo stato della crescita delle orticole, insieme ad Andrea Giubilato, Franco Zecchinato, Elisa Nicolè, Sara Tognato, Giuseppe Bregolato, Severino Bozzolan, Manuele Sadocco (sett. Commerciale), e gli agronomi Luca Michieletto e Paolo Zampieri.

Si sono osservate le piante, e riscontrate diverse cose, prima fra tutte la diversità tra piante della stessa tipologia. Alcune risultavano molto più piccole di altre, altre parevano incrociate con specie simili (ad esempio la verza!), altre avevano foglie molto dissimili fra loro per larghezza, colore e spessore. Tra queste però se ne sono individuate alcune che rispondevano ai criteri di selezione, simili tra loro, e quindi potenzialmente adatte ad essere piante madri.

L’adattamento all’ambiente e al clima, in relazione anche al periodo e al luogo scelto per il trapianto, è poi balzato all’occhio. Alcune piante infatti evidenziavano una minor resistenza al freddo e una maggior esposizione alle batteriosi. Non solo, il dott. Acciarri ha spiegato come queste variabili influiscano anche sul tipo di crescita, e di consegeunza sulla forma, il colore e il sapore finali della pianta.

Queste ed altre osservazioni sono state discusse e valutate insieme al genetista che ha espresso le sue opinioni in merito alle caratteristiche da considerare per la selezione, cioè l’individuazione dell’ideotipo.

Il passaggio successivo quindi sarà la vera e propria selezione.

Il tipo di selezione è massale: da una popolazione di piante, se ne scelgono alcune che si somiglino tra loro e rispondano ai criteri individuati in base alle esigenze di coltivazione, vendita e uso culinario (colore, foglia, volume, peso, dimensione, omogeneità, sanità – tolleranza alle patologie: batteri, funghi e altri parassiti). Ovviamente gusto e consistenza si selezionano in un secondo momento, anche in base al tipo di consumo (cotto, crudo o altro). La scelta di queste piante va fatta anche includendo le piante simili tra loro ma non perfettamente uguali. Questo serve a rinforzare la specie e non spingere la selezione verso un solo carattere che col tempo va ad impoverire la pianta. Si perde un po’ in uniformità, ma la pianta si rinforza e la semente si irrobustisce (miglior germinabilità e rusticità).

Queste piante vanno tolte con la loro zolla dal campo, messe in vaso in un luogo riparato dalla pioggia, come una piccola serra, per un periodo di tempo sufficiente al superamento dell’inverno. Il campo lasciato libero nel frattempo viene lavorato perchè possa riospitare di nuovo altre piante. In primavera, le piante verranno rimesse a terra e isolate con una rete o un tunnel (per evitare l’impollinazione con altre varietà) e protette fin dopo l’allegagione (conclusione della fioritura). Queste piante andranno a seme. Il seme verrà messo a dimora per ottenere nuove piante e continuare il lavoro di selezione. Per avere una buona omogeneità bisogna attendere almeno 4 cicli.

Prossime tappe di questo cammino saranno un test di assaggio con i produttori, i collaboratori e i dipendenti della cooperativa, i “venditori” a diretto contatto col pubblico consumatore, e cene a tema con presentazione/spiegazione del progetto al ristorante bio “Osteria di fuori porta”.

“La libertà dei Semi è diritto millenario di ogni agricoltore e produttore di cibo.Il diritto degli agricoltori di conservare, scambiare, migliorare, riprodurre e vendere i semi è al cuore della Libertà dei Semi.” (Dichiarazione per la libertà dei semi, Vandana Shiva)

A seguire le foto della giornata del 27 Novembre e un estratto video “artigianale” di Andrea Giubilato che presenta il progetto nel contesto della festa per i trent’anni della cooperativa.
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