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La truffa all’agricoltura biologica

Non ci possiamo esimere dal commentare la gigantesca truffa messa in atto nei confronti del “biologico” in Italia, che la Guardia di Finanza ha fatto emergere qualche tempo fa.

Questo che segue è il nostro comunicato:

 

FRODE NEL BIOLOGICO – OPERAZIONE “IL GATTO CON GLI STIVALI” DELLA GdF DI VERONA

COSA NE PENSANO I PRODUTTORI BIOLOGICI LOCALI

La Guardia di Finanza, nel corso della complessa operazione “Gatto con gli stivali”, in questi giorni ha sequestrato migliaia di quintali di cereali falso/biologici, per un valore stimato di centinaia di milioni di euro.

22 le aziende coinvolte (in particolare grossisti cerealicoli); le indagini sono partire dall’azienda Sunnyland, il cui fatturato nel 2007 era quintuplicato, mettendo sul chi vive la Guardia di Finanza.

I prodotti coinvolti sono cereali e granaglie prevalentemente a uso zootecnico (soia, mais), ma anche sfarinati per alimentazione umana e, anche se non sembra collegata al filone d’indagine principale, dell’ortofrutta. Gli arrestati sono tre veronesi (Caterina Albiero di Bioagri sas, Luigi Marinucci, Davide Scapini di Sunnyland), due pugliesi (Angela Siena, Michele Grossi), un marchigiano (Stefano Spadini) e un ferrarese (Andrea Grassi).

La cosa ha avuto giustamente ampio eco sugli organi di informazione, ha allarmato l’opinione pubblica e quanti come noi sono impegnati da decenni nella difficile impresa di produrre e commercializzare il biologico.

E chissà quante persone oggi si compiacciono nel pensare “hai visto che ….? lo dicevo io!”, conseguenza di un atteggiamento da sempre scettico sulla credibilità, la serietà e la qualità delle produzioni biologiche. Al punto di non voler mai approfondire quali siano le effettive condizioni di garanzia, uniche nel loro genere, che normano il sistema.

Senza considerare che la pratica dell’agricoltura biologica, oltre alla tutela dell’ambiente, della salute e del paesaggio, è ormai quasi l’unica speranza di riscatto per quella pattuglia di piccoli e medi contadini locali che vogliono credere nel loro lavoro.

E dimenticando che tutto questo dipende da coscienza e conoscenza e dalla responsabilità  del cittadino consumatore finale. Conoscenza che porta ad entrare nel merito dei meccanismi che stanno dietro alla produzione del cibo, o anche solo semplicemente ad occuparsi della loro provenienza.

Coscienza e responsabilità tali da non farsi trascinare dalla corsa al “prezzo più basso” sempre e comunque, dimenticando che questo è alla base di gravi distorsioni di mercato sul piano della qualità, trasparenza e salubrità, e sui meccanismi del commercio “globale”, che spostano ricchezze nel mondo impoverendo i luoghi di produzione.

Come non pensare che certi prezzi alla produzione di agrumi, piuttosto che di olive, non siano giustificati da lavoro “nero” e da nessuna attenzione per l’ambiente?

Il “mercato” biologico è partito alcuni decenni fa, a Padova e nel Veneto in maniera particolare; basato sul recupero, la valorizzazione e lo sviluppo della residua produzione locale, e su di un forte rapporto di fiducia con l’utente finale. Gli operatori di allora, siano essi produttori, trasformatori o distributori commerciali, non potevano che essere fortemente specializzati nel settore.

Per condizioni oggettive di degrado ambientale, questa domanda non poteva che crescere, come ancora cresce, ormai da 25 anni. Ecco allora che arriva il commercio convenzionale, italiano ed estero, motivato non tanto da una analisi etica ed ambientale, quanto dall’esigenza di coprire un “segmento” di mercato, sostituendo l’offerta convenzionale col biologico, ma senza nulla cambiare sul piano dei rapporti tra le parti economiche.

Quindi al consumatore si chiede un prezzo maggiore, motivato da una presunta maggior qualità, mentre al produttore si stentano a riconoscere i costi di produzione, in presenza di una maggiore offerta.

Maggiore offerta motivata anche dal progressivo rarefarsi delle opportunità di mercato per l’agricoltura convenzionale Italiana, che per scelta o per disperazione cerca nuove strade.

Ecco allora che il grossista convenzionale, di ortofrutta piuttosto che di altro, mette insieme la sua “linea bio”, a fianco di quella convenzionale, entrando come un elefante infuriato in un mercato di gente che del biologico ha fatto la sua unica ragione di vita ed impresa.

A questo si aggiunga che il Ministero per l’Agricoltura ha impostato sin dalle origini (1992) un Sistema di Controllo affidato ai privati, con diversissime forme giuridiche e diverso rapporto coi valori alla base del biologico; basato sul pagamento a carico degli operatori controllati, con sempre un maggior livello di oneri burocratici e “cartacei” obbligatori.

Un sistema molto complesso, che oltre al prodotto deve controllare il processo produttivo.

E’ sufficiente così, come nel caso di oggi, che un ingranaggio di questo sistema si presti alla truffa per rischiare di incrinarne la credibilità.

Quindi ben vengano indagini, controlli, arresti, sanzioni e condanne (speriamo), con anche il contributo degli stessi Enti di Controllo bio, come in questo caso.

Servono a tutelare chi il biologico lo fa davvero ed il consumatore che lo sostiene.

Padova, 7 dicembre 2011

Franco Zecchinato – Cooperativa Agricola El Tamiso – Padova

 

 

Ad oggi sembra di capire che le quantità inizialmente oggetto della frode siano ridimensionate, ma ciò non toglie nulla alla gravità dell’inserimento nelle “nostre” filiere di prodotti non biologici, in particolare i cereali che vanno ad alimentare il complesso settore della panificazione ed affini, o nel settore zootecnico, i cui prodotti arrivano comunque sulle nostre tavole.

Lo sconcerto poi cresce quando il nostro Ministero dell’agricoltura non ritiene di dover essere il primo interlocutore nei confronti degli altri Stati Europei, e deve supplire a questo ruolo la FederBio.

Ministero che è anche il primo responsabile del ruolo e dei vincoli attribuiti agli Organismi di Controllo, che non sono ancora evidentemente nelle condizioni adeguate alla domanda sociale di garanzia ed imparzialità, anche se pensare che siano “tutti uguali” è sempre un errore.

Per il semplice motivo che così li si fa diventare tutti uguali!

Sui prezzi: troppe volte sentiamo affermare la buona fede di chi compra in presenza di certificati a posto, e di produzioni “a residuo zero”; ma quando si compra a prezzi inferiori alla giusta remunerazione di chi produce non ci si può più definire in buona fede, anzi!

E’ l’alibi migliore per favorire il biologico “taroccato” e far chiudere chi lo fa davvero.

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